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Una dedica al biennio che si chiude

Quando vi sentite persi, provate a pensare a quando eravate piccoli. Diciamo, indicativamente, dai quattro agli otto anni. Lasciate perdere i ricordi legati a famiglia, asilo e primi anni delle elementari. Fate tornare alla mente che cosa eravate soliti fare quando non eravate impegnati con musica, sport o catechismo. Ci ricorda James Hillman ne Il codice dell’anima:

Nasciamo con un carattere; ci viene dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie… ognuno entra nel mondo con una vocazione.

Disegnare sui muri, raccontare storie alle zie, costruire palazzi con i Lego, plasmare il pongo mescolando tutti i colori, mettere in ordine. Quale attività vi veniva particolarmente bene, qual era la vostra attitudine, chi era il vostro daimon – il vostro demone creativo?

Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle.

Ed ecco il paradosso: diventiamo noi stessi, tornando bambini. Facendo visita a quel daimon che crescendo è stato ricacciato dentro, insieme alla nostra vocazione naturale. Per cosa siamo davvero portati? Cosa facevamo in piccolo (da piccoli), faremo in grande (da grandi). È così che si diventa adulti per la prima volta. Ci sono professioni che più di altre sanno accelerare questa consapevolezza e in cima alla lista ci sono tutte quelle legate al gesto del raccontare. Chi decide di avere a che fare con le storie ha il vantaggio di poter riscoprire se stesso attraverso la narrazione. Voi avete avuto questo privilegio: vi siete trovati faccia faccia con il vostro talento; avete imparato a gestirlo, coordinarlo e plasmarlo per raggiungere un obiettivo. State facendo crescere quella minuscola ghianda.

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Dove studiare narrazione digitale in Italia

Se solo avessi avuto questa opportunità di scelta dieci anni fa. Eppure le idee chiare non mancavano: avevo studiato lettere moderne perché volevo diventare una scrittrice e avevo iniziato a fare la volontaria nell’ufficio stampa di un festival di letteratura perché mi sentivo portata per la comunicazione. Inoltre, fin dalla più tenera età ero stregata da ogni forma di tecnologia. Nel 2005 la scuola più vicina al mio futuro era lo IED, così mi iscrissi a pubblicità, quando ancora si studiava insieme art direction e copywriting.

Ma oggi a leggere la scheda del College Digital della Scuola Holden non posso che pensare che sì, se solo fosse esistito prima, l’avrei scelto a occhi chiusi. E non lo scrivo perché ne sono coinvolta in prima persona. Dieci anni fa non sapevo che quello che avrei voluto studiare aveva un nome complicatissimo in inglese, Crossmedia & Interactive Storytelling, perché non esistiva. Lo intuivo solo. Voi che state leggendo questo pezzo, se avete tra i 18 e i 30 anni, avete davanti l’opportunità che avrei voluto per me stessa.

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