Marocco, fine luglio 1988.

Questa sono io al mio primo viaggio oltre lo stretto di Gibilterra, ai piedi del deserto a tre anni e mezzo. Non ho grandi ricordi, se non qualche flash sfocato di un mercato affollatissimo e caotico e di un pranzo frugale dopo una gita turistica in groppa ad un mulo.

Qui eccomi il 27 luglio 1988 a contatto con un ammaestratore di scimmie nella piazza di Djemaa El-Fna, il cuore pulsante di Marrakesh. Ero chiaramente più incuriosita da quell’uomo piuttosto da quell’animaletto antipatico.

Il viaggio era cento per cento turistico e se ben ricordate vi avevo già parlato della nostra guida Alpitour Gloria.

Non so quasi niente del Marocco e a mala pena fino a questa sapevo indicarlo su una mappa. So che fa caldo, che c’è il deserto da una parte e l’oceano dall’altra. So che parlano arabo e che ci sono i berberi. E dalle cinque e un quarto di questa sera so che esiste la città di El Jadida.


El Jadida si affaccia sulla costa mediterranea ed è famosa per il suo stile architettonico coloniale portoghese che risale al XVI secolo, tanto che è conosciuta anche come Città Portoghese. Grazie alla sua architettura e ai suoi edifici la città è considerata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità dal giugno 2004. Nel cuore di questa città, c’è uno degli SOS Villaggi dei Bambini.

Ed in questo villaggio c’è il bimbo che ho adottato a distanza. Ero sul treno di ritorno da Milano, imbacuccata dalla testa ai piedi, con il mio mac sulle gambe e la chiavetta che lampeggiava blu. Fuori un’unica distesa di neve bianchissima. Alle 17.18 è arrivata la mail che mi annunciava la mia adozione andata a buon fine, con tutti i moduli e tutti i dati del bimbo. E la sua foto. E’ stata un’emozione grande, sapete? Enorme.


Ho letto Marocco. Ho letto che è nato il 5 giugno 2007. Io ero una sbarbatella alle prese con la fine del mio secondo anno di IED, con un ragazzo ribelle e dannato che mi tradiva ogni tre per due ed un’allergia alimentare che mi ha stesa per settimane (i miei primi undici kg persi in trenta giorni e doppiati il mese successivo). Non un grande affare il mio giugno 2007 insomma. Ma nemmeno per questo bimbo, per problemi ben peggiori. Per sacrosante ragioni di privacy, non mi viene comunicato nulla sul suo passato prima di entrare nel Villaggio e sui genitori.

E’ un bambino ben educato e molto rispettoso con gli adulti, mi dicono. Pur essendo piuttosto timido, si è fatto molti amici al Villaggio e insieme si divertono molto a giocare con le macchinine e le costruzioni. Adora la musica e ne frequenta regolarmente un corso al Villaggio. Gli piace andare a scuola e imparare nuovi giochi e canzoni.

Ora, è difficile spiegare la gioia che provo (mi sento un po’ come Paolo Brosio quando parla della Madonna, non me ne vogliate, pls!) ed è difficile spiegare ai miei amici su Facebook quel…

Tutti i giorni mi arrabbio per qualcosa o per qualcuno. Ho tensioni stupide per colpa di idee che mi faccio su certe situazioni. Leggo rassegnata gli sfoghi delle persone su Facebook sul governo, sulla crisi e sugli spargisale che non ci sono per strada. Oggi è come se con una mail tutto questo abbia perso di volume. E si fosse spento in pochi secondi.

Ho visto il sorriso di questo bimbo nella foto ed ho pensato per quante stupidate perdo tempo. Ho provato una gioia vera: posso iniziare un percorso con lui, che durerà tanti anni. Potrò seguirlo in prima persona, potremo sentirci e anche vederci, più avanti. Potrò vederlo crescere e aiutarlo. E’ un bimbo del Marocco che vorrei felice come quella bimba che avete visto nelle prime foto. Vorrei ritrovare quella leggerezza di vivere tipica di questi bimbi. Sotto il cielo di El Jadida o di Asti non importa: i bimbi hanno una dote magica che è il saper essere felici con pochissimo.

Sono sicura che il bimbo che ho adottato a distanza è più felice di tanti bimbi che incrocio imbronciati tutti i giorni. E da oggi, sono sicura che lo sarà un po’ di più.

Benvenuto Abedelkarim.